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Timo Bortolotti e la scultura monumentale

a cura della Prof.ssa Nicoletta Colombo

L’attività scultorea di Timo Bortolotti, pienamente inserita nel clima del Novecento Italiano, si esprimeva nel piccolo e medio formato, di ispirazione più intimistica e lirica, tanto quanto nella dimensione monumentale, indirizzo che interessava i linguaggi pittorici e plastici tra i finali anni Venti e i primi Quaranta. Non per nulla l’artista era chiamato da Sironi alla V Triennale al Palazzo dell’Arte di Milano (1933), importante banco di prova della parabola monumentale in pittura e in scultura, e vi partecipava con una grande Statua giacente e con formelle raffiguranti gli episodi della Via Crucis.

Alcune reminiscenze del realismo plastico lombardo di fine Ottocento, sottilmente venato dal simbolismo tardo-liberty, permanevano in Bortolotti nelle opere di ispirazione funeraria, spontaneamente orientate verso figurazioni simboliche e allegoriche, evidenti nel bronzeo Monumento funebre (1935) per la Tomba Miceli del Cimitero di Busto Arsizio.

Eppure dieci anni prima, nel Monumento ai Caduti di Castel Goffredo (1924-1925) in territorio mantovano, il nobile Nudo femminile si presentava già rigorosamente impostato e inquadrato in stilemi classici, tra le cui morfologie erano intercettabili ancora residui tardo-liberty.

L’adesione alla classicità in chiave moderna, orientamento novecentista per antonomasia, si manifestava in Bortolotti anche nell’omaggio reso a una icona archeologica bresciana, la famosa Vittoria alata del IV secolo a.C., che lo scultore replicava nel duplice omaggio alla grecità e alla sua terra natale, realizzando la colossale Vittoria in bronzo per il Monumento Ossario al Passo del Tonale, a cui lavorava tra il 1922 e il 1924.

E’ interessante registrare la variazione stilistica che l’artista opportunamente adeguava alle presenze della scultura monumentale nelle manifestazioni di carattere internazionale alle quali era invitato. Ricchezza di riferimenti che è palese in Riflessi, opulento nudo femminile disteso, che conduceva le forme pienamente novecentiste al ricordo del maestro francese Aristide Maillol. E ancora, il possente Ginnasta del 1932, esemplare rappresentazione dell’atletismo mascolino tipico delle opere plastiche degli anni Trenta, si riallaccia alle soluzioni energetiche scattanti di George Kolbe, autore tedesco di riferimento per molti scultori del “Novecento”. Bortolotti aveva presentato Riflessi e Ginnasta insieme al lirico Treccine bionde (opera ora nella collezione di Villa Necchi Campiglio di Milano) al Padiglione Italiano dell’Esposizione Internazionale di Parigi del 1937, partecipando alla quale aveva piena consapevolezza del confronto con i migliori interpreti del modello classico moderno, quali Arturo Martini, Marino Marini, Arturo Dazzi, Romano Romanelli. La conoscenza degli esempi internazionali, raggiunta attraverso la partecipazione assidua alle Biennali di Venezia, alla V Triennale di Milano (1933), nonché grazie a rilevanti contatti culturali, lo aveva posto in linea con gli orientamenti stilistici dei maestri che in Francia e in Germania conducevano l’arte scultorea alla sintesi con il concetto architettonico, principio intorno al quale si dibatteva anche in Italia, tra polemiche e consensi, il rinato clima di unità delle arti.

Nella scultura celebrativa a finalità civile o religiosa, le soluzioni necessariamente subivano l’iperbole che accompagnava i grandi progetti a destinazione collettiva. Le forme scultoree assumevano una certa rigidità, mitigata dal rimando a un classicità rivisitata in chiave mistica, empatica, di segno rituale, come nel colossale Cristo (1929-1931) del Monumento a Cristo Re di Bienno, in Val Camonica, realizzato in rame sbalzato e in bronzo, esecuzione entusiasticamente recensita all’epoca dalla stampa nazionale e internazionale.

L’artista era chiamato nel 1938 dall’architetto Marcello Piacentini a fare parte di quella nutrita schiera di personalità che avevano decorato con affreschi, mosaici, bassorilievi e grandi sculture l’immenso cantiere del Palazzo di Giustizia di Milano, dove realizzava un grande rilievo in marmo dal titolo Praetor (1939), in cui l’omaggio a una romanità divenuta a quell’epoca imperativo categorico, si esprimeva in un realismo ispirato al concetto di perfezione formale.
Nell’attività monumentale di Bortolotti si ricordano, tra i numerosi progetti, anche l’esecuzione di una statua raffigurante San Giovanni Bosco in marmo di Candoglia per l’interno del Duomo di Milano, commissionatagli nel 1936 e collocata nel 1941, oltre a un bozzetto per le decorazioni del Palazzo dei Congressi di Roma (1940), non realizzato.

  2016  /  Notizie  /  Ultimo aggiornamento maggio 13, 2016 di Giuliano Mascherpa  /